Il caso mensa a Frosinone ci obbliga a riflettere sulla privatizzazione dei servizi pubblici comunali

 

Lunedì 12 febbraio 2018 si è riunita in via straordinaria la commissione pubblica istruzione del Comune di Frosinone, per indagare quanto è accaduto sul caso del bambino che sarebbe stato escluso dalla mensa scolastica di una scuola del comune capoluogo. Ho partecipato alla commissione in qualità di consigliere commissario dell’opposizione. Dall’analisi del caso è emerso che questi episodi si verificano non tanto per errori procedurali da parte degli uffici o delle scuole, che in fin dei conti si limitano a rispettare le procedure imposte dall’alto, ma per la natura stessa della gestione privata del servizio mensa, che impone tempi e modalità di pagamento difficilmente conciliabili con le emergenze sociali che stiamo vivendo attualmente; certamente poco conciliabili con le disponibilità di molte famiglie che sono costrette a vivere con poche risorse economiche. La domanda non è tanto chi ha sbagliato, la domanda è un’altra: può un servizio di pubblico interesse, che deve tenere conto delle molteplici difficoltà sociali presenti in una comunità, essere affidato ad un privato che per sua natura deve fatturare un profitto e non può permettersi di lavorare in deficit? Fino a che punto un servizio che dovrebbe essere garantito a tutti si concilia con un profitto economico? Personalmente sono sempre più convinto che solo il servizio pubblico sia l’unica strada per eliminare le disuguaglianze sociali e garantire il giusto servizio a tutti, nessuno escluso. La verità è che i nostri comuni, stretti sempre di più dalla morsa del debito, sono costretti a cedere parte dei propri servizi al privato, per rientrare con le spese di gestione. I comuni sono i primi punti di riferimento istituzionali a cui il cittadino può riferirsi a livello locale. Se le amministrazioni non hanno più la capacità di erogare servizi che garantiscono anche i cittadini meno abbienti il ruolo dei comuni viene svuotato di ogni utilità sociale. Oramai è sempre più chiaro il ruolo del debito che i comuni sono costretti a ripianare, esso è una vera e propria trappola che spinge le amministrazioni a cedere ai privati la ricchezza sociale che ogni comune ha in dote: territorio, patrimonio pubblico, beni comuni e servizi.
Una ricchezza che qualche tempo fa è stata stimata in 571 miliardi di euro a livello mondiale. I sindaci, che senza possibilità di investimenti e spesa hanno le mani legate, diventeranno dei meri esecutori amministrativi. D’altronde, se tutto verrà privatizzato, forse anche le prestazioni lavorative comunali, a cosa serviranno i sindaci? A ratificare gli interessi di qualche lobby privata? Allora più che sindaci a breve avremo dei notai che risponderanno non ai cittadini ma solo agli interessi che contano. Questo è quello che sta succedendo cari cittadini.

Daniele Riggi, consigliere comunale di Frosinone

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