Siamo veramente pronti a gestire un’unica grande città intercomunale?

La proposta di creare un città intercomunale, in grado di sopperire ai limiti strutturali del nostro capoluogo di provincia, è una proposta che condivido in pieno, tra l’altro durante la scorsa campagna elettorale fu proprio il Partito Socialista a inserirlo fra i primi punti del proprio programma elettorale. Il problema è quale tipo di città intercomunale abbiamo in mente? Unindustria, di fatto anticipando la classe politica locale, ha elaborato una propria, legittima, visione su cosa debba essere la città intercomunale. Il quesito che mi pongo è se oggi la classe politica locale abbia elaborato una propria visione sulla possibilità di creare un’area metropolitana vasta, in grado di competere con Roma Capitale e con le altre provincie laziali. Non credo che l’abbia fatto, anzi forse deve ancora cominciare, basti pensare che attualmente ha difficoltà persino a governare le diverse realtà comunali medio-piccole del frusinate e, soprattutto, a trovare soluzioni per rendere queste realtà più vivibili. Frosinone, il capoluogo, è una città che già a inizio anni ’90 avrebbe dovuto raggiungere da sola, secondo le previsioni di crescita, oltre 100.000 abitanti. Ad oggi abbiamo una città che a stento si attesta sui 46.000 abitanti, con gravi problemi legati alla mobilità urbana, alla qualità dell’aria, all’erogazione di servizi, all’economia cittadina. Stiamo parlando di una città fortemente indebitata che, a causa del piano di rientro dal debito, ha ridotto notevolmente, nel corso degli anni, i servizi erogati alla cittadinanza e ha dei margini di spesa molto ridotti in termini di investimenti sui servizi e sulle infrastrutture urbane, in altre parole una città ferma, bloccata, non a caso, di recente, ha inaugurato un parco sostanzialmente incompleto. Sul servizio del trasporto urbano, ad esempio, i soldi investiti provengono esclusivamente dalla Regione Lazio, mentre il Comune copre solo una piccola parte per le spese amministrative. I servizi erogati, specialmente quelli a domanda individuale, sono, oramai, per lo più accessibili a fasce sociali di estrazione medio-alta. Abbiamo una Provincia che ha difficoltà a gestire il sistema dei rifiuti e della produzione industriale, che ha difficoltà a gestire il controllo del territorio, a garantire investimenti sulle strutture scolastiche. Con ciò voglio dire che la politica locale non può limitarsi a recepire tout court la proposta di Unindustria, la quale, giustamente, rappresenta interessi particolari e limitati, ma deve, piuttosto, capire come offrire soluzioni a problemi che interessano centinaia di migliaia di cittadini ciociari e che ancora oggi, nonostante siano su scala ridotta, sono tutt’altro che risolti. Se non si affrontano seriamente questi problemi c’è il rischio che la famosa “messa in condivisione” dei servizi auspicata da Unindustria crei dei servizi di qualità elevata per il ceto medio alto che, oggi, nel mondo globalizzato, ha bisogno di rapidità ed efficienza per mantenere il proprio status socioeconomico, drenando le già scarse risorse dei servizi dedicati alle fasce di popolazione più svantaggiate, che verrebero ulteriormente penalizzate. Il rischio è che accada quello che succede anche a Milano, oggi presa a modello come “smart city” europea: si vive bene e si può usufruire di servizi di qualità solo se appartieni a un certo ceto sociale e se abiti nei quartiri giusti. Va bene la città intercomunale ma solo se è un’opportunità realmente “condivisa”, e per far sì che ciò accada è necessaria una rappresentanza politica in grado di far valere tutto il suo peso.

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