A Frosinone i negozi chiudono, ma questa volta non riaprono più

Passeggiando per la città gli occhi vengono continuamente distratti dai cartelli “Affittasi”, “Vendesi”, colorati di giallo, verde oppure rosso. Qualcosa di nuovo? Certamente no, è oramai dal non troppo lontano 2008, l’anno di una delle peggiori crisi economico finanziare della storia recente, che anche nella nostra città sono arrivati gli effetti della crisi globale sul commercio locale. Da allora ci siamo quasi assuefatti al continuo abbassarsi e rialzarsi delle saracinesche e all’affissione dei cartelli. Se una volta i commercianti erano un punto di riferimento storico e sociale per i quartieri di Frosinone, con l’ingresso degli anni Duemila essi sono diventati dei migranti stagionali all’interno della nostra città, al pari degli stormi di uccelli. Prima il fulcro era rappresentato dal centro storico, che pullulava di esercizi commerciali storici e di pregio, specialmente in ambito artigianale. Poi dalle vetrine colorate e scintillanti di via Aldo Moro, diventata in poco tempo la strada delle marche di prestigio, simbolo del consumismo di fine anni Novanta e di inizio anni Duemila. Adesso se si vuole vedere qualche nuova insegna luminosa accendersi bisogna spostarsi sulla ex Monti Lepini (attualmente viale Volsci).

Parallelamente a questa “migrazione” all’interno della città si sono verificati altri due fenomeni, tipici della globalizzazione: l’arrivo dei grandi centri commerciali e l’arrivo del commercio “multiculturale”, rappresentato per lo più dai cinesi e dagli egiziani. Quello che sta succedendo ultimamente è che la caoticità e la frenesia con cui abbiamo visto, in questi anni, alzarsi e abbassarsi le saracinesche, nascere nuovi locali, più adatti ai tempi e ai ritmi della globalizzazione, scomparire attività a cui eravamo affezionati, all’improvviso si sono ridotte a una stasi drammatica, forse irreversibile. In altre parole, se prima le saracinesche si alzavano e abbassavano a distanza di pochi mesi, adesso, una volta abbassate non si rialzano più. Un quadro triste, desolante, una desertificazione urbana incessante e preoccupante. Fino a qualche anno fa si aveva l’impressione che Frosinone fosse il centro di questa provincia, adesso sembra diventato un territorio di periferia, una città satellite-dormitorio schiacciata da quel mostro urbanistico che è Roma, sempre più avida di risorse e opportunità, da sottrarre ovviamente all’hinterland laziale e alle sue provincie.

Il commercio, i servizi e tutto il terzo settore, avrebbero dovuto rappresentare il nuovo volano di sviluppo di una città e di un territorio in costante fase di deindustrializzazione. Questo, purtroppo, non è accaduto, anzi, la riconversione si è trasformata in un cavallo di troia, che ha ulteriormente accelerato il declino del territorio. Le cause sono tante e certamente partono “dall’alto”: l’aumento insostenibile delle tasse; la diminuzione del capitale familiare destinato al consumo; l’aumento dei costi di gestione. Tuttavia, la crisi mondiale, che pure c’è, non può essere un alibi dietro il quale celare le colpe di una classe politica locale che non ha fatto nulla per limitare questo declino inarrestabile, anzi, diciamo che, quando è intervenuta, ha sostanzialmente accelerato la morte silenziosa del territorio. Eppure da questi errori ancora sembra non aver imparato abbastanza, vedasi caso ex – Permaflex. Ancora non si è capito che in una città grandeper numero di abitanti, meno della metà di un municipio di Roma, l’apertura di grandi centri commerciali ha per il piccolo commercio urbano l’effetto di un elefante in una cristalleria. 

Daniele Riggi, consigliere comunale di Frosinone

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